Pratiche di rigenerazione culturale

Per ogni storia esiste una contro storia. Per ogni narrazione esiste una diversa prospettiva. Sono linee rosse che vivono di linfa autonoma e che nel sottobosco sociale sono riuscite a creare spazi di azione e di innovazione notevoli, poi metabolizzate e divenute snodo vitale anche per le masse. Se qualcosa di buono si è riusciti a guadagnare nella storia sociale italiana e transnazionale, lo si deve a questi gruppi, a queste teste, a queste “linee rosse”, a questi passaggi dai più considerati politicamente settorializzati, ma in realtà allargati e partecipati.

Il tempo che storicamente gli operai hanno tolto al loro lavoro, è stato impiegato in momenti di pausa, organizzazione, riflessione e rabbia costruttiva per l’incanalamento di risorse sociali ed economiche verso un miglioramento delle condizioni di lavoro e, in generale, delle condizioni di vita. Un avanzamento che si può estendere più in generale al diritto.

Siamo figli dell’epoca.
L’epoca è politica.
Wislava Szymborska

Tuttavia, il capitolo operaio di cui parliamo agiva con caratteri e metodi che potevano essere costruiti in un luogo fisico di organizzazione comune – la fabbrica – in cui l’aggregazione, per quanto mai semplice, era più raggiungibile per il fatto che si agiva quantomeno in uno spazio circoscritto.

La sempre maggiore frammentazione del lavoro che da tempo, invece, preme nelle metropoli – intese soprattutto come laboratori di nuove soggettività – ha condotto a una frammentazione delle lotte. Sempre più necessaria diventa, quindi, la definizione di momenti di incontro per l’elaborazione di nuovi diritti, laddove sono decaduti modelli tradizionali di intermediazione.

Il 30 e il 31 gennaio in concomitanza con i festeggiamenti dei 40 anni di occupazione delle ex cartiere di via Watteau, i grandi spazi del Leoncavallo S.P.A. (Spazio Autonomo Autogestito) hanno accolto alcuni tra i più significativi movimenti per un incontro nazionale con lo scopo emergente di ridefinire alcuni caratteri di azione sociale e politica in un contesto contemporaneo votato sempre più al lavoro autonomo, intermittente e precario.

Molti gli argomenti toccati. Si è trattato certamente, in prima istanza, di un confronto necessario tra i vari gruppi del movimento sulle strategie di azione politica.  La struttura dell’incontro prevedeva, più specificatamente, la distinzione in tavoli di lavoro ai quali hanno partecipato professionisti del diritto, lavoratori, ricercatori, attivisti della prima ora in un confronto dialettico con figure di lavoratori di nuova generazione.

Si è parlato del “sindacalismo sociale” come incubatore di rinnovati modelli di cooperazione, di mutualismo anche economico – con la creazione di casse comuni – tra i lavoratori allo scopo di procedere alla soddisfazione di nuovi diritti, ad una nuova redistribuzione delle ricchezze. Il punto è ripensare il problema sindacale in termini, appunto, sociali prendendo sul serio gli aspetti di impoverimento generalizzato, anche e soprattutto del lavoro fortemente specializzato.

Sergio Bologna (ACTA) ha ricordato quanto, nelle fabbriche Innocenti, fosse diventato rivoluzionario avviare processi di formazione per gli operai (vedi le Scuole Quadri Sindacali) a partire, per esempio, dalla semplice lettura e comprensione delle voci presenti nella loro busta paga. Dunque la conoscenza alla base di un’azione concreta delle leggi sui diritti dei lavoratori per procedere a una riabilitazione sindacale.

Per poter traslare questi discorsi in un tempo attuale, bisogna partire da un assunto: c’è una composizione del lavoro nuova, da ridiscutere. E questa è una forma che ha in sé contraddizioni inedite. In questa situazione conflittuale è necessario acquisire anche un lessico differente, coscienti che nel conflitto vi è la fondazione del nuovo. Dunque non si può pensare di esistere e avanzare in un contesto in cui questo è considerato un concetto destituente.

Partire dalla storia dell’operaismo, imparare dai movimenti operai che hanno agito con lunghi processi di negoziazione, con una faticosa ma forte unità interna, per ottenere risultati concreti nelle condizioni socio-economiche dei singoli, è un passaggio fondamentale. A questo scopo sono attive in Italia organizzazioni autonome di consulenza come Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato) e le CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario) distribuite su tutto il territorio nazionale.

Troviamo la strada.
O apriamone una nuova
Annibale

Rispetto ai temi delle nuove forme di sindacalismo, inoltre, passi avanti nella discussione del tema sono stati fatti da organizzazioni autonome come Lo Sciopero Sociale e, in un contesto più localizzato, il Comitato Campano per il Reddito Garantito come metodo regionale replicabile. Con una lente d’ingrandimento sulla realtà campana, Massa Critica sta operando un discorso legittimante sempre più urgente sul neo-municipalismo a Napoli.

Una serie di congiunture economico-politiche hanno permesso che a Napoli, e precisamente a l’Asilo, si palesasse una situazione eccezionale. In una città dove c’è una forte tendenza all’autogestione, all’autoformazione e a vari altri processi non privi di difficoltà, si è potuti giungere finalmente al riconoscimento del regolamento d’uso civico e collettivo urbano, “elaborato direttamente da chi si occupa dello spazio in assemblee pubbliche, e recepito in un atto amministrativo la cui importanza, sotto il profilo democratico, di riappropriazione del potere di decidere, è profondamente rilevante”.

Ce lo ha raccontato e ricordato Chiara Colasurdo, giuslavorista e attivista de l’Asilo, che ha quindi posto l’accento sul tema dell’autogoverno e di nuove forme di organizzazione della produzione. L’Asilo, spazio liberato nel marzo del 2012 dal collettivo di lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale, ha focalizzato l’attenzione, in questo incontro nazionale, sui temi più strettamente connessi ai costi della produzione, alla defiscalizzazione, al monopolio SIAE. Dopo tre anni di elaborazione, la Dichiarazione di uso civico e collettivo de l’Asilo è stata legittimata con la delibera n. 893 del 29 dicembre 2015 e recepita in un atto amministrativo.

L’aspetto più interessante e rilevante, ai fini delle discussioni in atto, riguarda la messa a reddito dello spazio. Riprendo ancora le parole della Colasurdo a riguardo: “va riconosciuto all’amministrazione De Magistris il merito di aver avuto l’ardire di rischiare anche a proprie spese, avendo affrontato e superato il monito della Corte dei Conti che premeva per la messa a reddito dello spazio. Ebbene è anche grazie alla sensibilità politica delle istituzioni locali napoletane e del dialogo che genuinamente è stato instaurato tra queste ed i movimenti, che possiamo legittimamente dire oggi che l’Ex Asilo Filangieri è “messo a reddito” (per quanto indiretto) di lavoratrici e lavoratori e di chiunque lotti per l’affermazione e la diffusione della cultura, della sua indipendenza ed accessibilità, di chiunque lotti perché le sorti dei territori vengano decise dalle collettività che li abitano e non da tecnici, burocrati e speculatori di sorta senza alcuna legittimità politica. L’auspicio è che queste pratiche trovino la più ampia diffusione e ricezione”. Per approfondire la questione giuridica qui .

Questi luoghi non sono monoliti e l’avanzamento giuridico ottenuto da l’Asilo è il risultato di una riflessione e di una pratica faticosa e allargata, nata da esigenze concrete. È l’avanzamento giuridico di intere categorie professionali e di ancora una generazione che invece di sottacere, lancia sorridente un urlo. Arrendetevi, siamo pazzi.