La Città Libera di Christiania: autonomia o normalizzazione?

Una delle idee più diffuse circa le geografie del capitalismo è che, sostanzialmente, l’intero mondo sia allineato ai principi del neoliberismo, pur con differenti sfumature in differenti luoghi. Si tratta, in un certo senso, di una variante della famosa idea di ‘fine della storia’ teorizzata da Francis Fukuyama nell’anno del crollo del muro di Berlino: di fatto, capitalismo e democrazia liberale appaiono come le uniche strade percorribili, e quei pochi paesi come la Corea del Nord che si distanziano da questi modelli paiono più grottesche eccezioni che non reali alternative.

Utilizzando una lente di osservazione più fine, è tuttavia evidente come esistano molti spazi diversi, e considerare con serietà la loro esistenza può costituire un utile esercizio per contestare l’idea dell’inevitabilità del sistema capitalistico attuale e provare a immaginare alternative. Centri sociali, comunità autogestite, lavoro volontario, ecovillaggi sono tutti esempi, molto diversi fra loro, di spazi caratterizzati da logiche differenti rispetto a quelle che sembrano dominare la vita ordinaria. Tuttavia, la ‘diversità’ di questi spazi è spesso minacciata non sono dalla loro eliminazione (per esempio attraverso la chiusura di uno spazio autogestito), ma anche attraverso la loro sussunzione e assimilazione ai meccanismi del mercato. Molte culture ‘alternative’, per esempio, con il tempo hanno perso il proprio carattere radicale per trasformarsi in fenomeni culturali relativamente facili e innocui da consumare. Il caso della Città Libera di Christiania si pone oggi proprio sul crinale di un’ambigua tensione fra autonomia e assimilazione alle forze del mercato.

La Città Libera di Christiania, nel cuore di Copenaghen, è uno spazio mitico per numerosi attivisti, studiosi, artisti, anarchici, consumatori accaniti di hashish, hippy, alternativi e altri ancora. Si tratta, apparentemente, di uno spazio autonomo, resistente e antagonista rispetto alle culture e alle pratiche del capitalismo neoliberale che caratterizzano la maggior parte degli spazi urbani del mondo contemporaneo.

È tuttavia interessante riflettere sulle dinamiche evolutive di questo spazio, e in particolare sulle sue trasformazioni più recenti: una domanda aperta, infatti, è se la sopravvivenza di Christiania e la sua recente legalizzazione attraverso un accordo con il governo danese siano avvenute a spese della sua autonomia.

L’ipotesi, infatti, è che lentamente la Città Libera sia stata ‘normalizzata’, ossia assorbita e ricondotta alle logiche del capitalismo e del consumismo. Secondo alcune voci critiche, infatti, gli aspetti più radicali e scomodi sono stati ridotti e addomesticati nel tempo, fino a trasformare questo spazio antagonista in un luogo funzionale alle logiche del turismo.

La storia della Città Libera di Christiania è relativamente nota: nel 1971, un gruppo eterogeneo di soggetti cominciò a occupare una vasta area militare abbandonata di circa 340.000 mq nel pieno centro di Copenhagen. Il 26 settembre 1971 la comunità si proclamò Città Libera e cominciò a perseguire un proprio ideale di sviluppo alternativo, auspicabilmente autosostenibile e permeato dai tipici valori di pacifismo, attivismo, autonomia e liberà della cultura degli anni Settanta. Dal 1971 a oggi, gli abitanti hanno progressivamente modificato l’ambiente fisico e sociale di Christiania, lottando, patteggiando regole e stappando negli anni concessioni al governo danese e alla municipalità, producendo nel tempo un esperimento sociale che, al di là delle valutazioni soggettive, è decisamente originale e strabiliante.

Fisicamente, la Città Libera si presenta come un’accozzaglia di case auto-costruite dalle forme spesso bizzarre (come la famosa casa-banana), edifici militari restaurati e ricoperti da coloratissimi graffiti, un gran numero di installazioni artistiche eccentriche, e una vasta area verde in cui si incastona il fiume e un bellissimo laghetto.

Le auto sono proibite, così abbondano biciclette spesso di forma stravagante. Gli abitanti stabili sono oggi circa 700; a questi, tuttavia, occorre aggiungere una gran quantità di persone che, di fatto, vivono o credono di vivere nella Città Libera, in quanto lavorano, ciondolano o vivacchiano qui, anche se ufficialmente hanno residenza e/o dormono altrove. In più, lo spazio di Christiania è stracolmo di visitatori, dai semplici turisti a famiglie danesi che passeggiano per i prati e le collinette che circondano la Città Libera. Ma, soprattutto, Christiania è popolarissima per la possibilità di acquistare e consumare liberamente le droghe leggere vendute nella popolare Pusher Street. Le droghe pesanti, invece, sono rigorosamente proibite da molti anni, così come le armi. Se probabilmente il mercato di droghe rappresenta la principale attività economica, non si tratta dell’unica.

Attualmente a Christiania vi sono tre o quattro caffè, un paio di ristoranti, alcune piccole imprese (biciclette e forni, in particolare), qualche negozio di alimentari, vestiti e oggetti artigianali, oltre a una serie di servizi collettivi che includono la raccolta dei rifiuti, l’asilo, la distribuzione della posta e una rivista locale. Le decisioni sono prese attraverso un complesso meccanismo di meeting e discussioni collettive, cercando il consenso collettivo ed evitando di giungere ai voti. Non tutti gli abitanti trovano impiego in queste attività: molti lavorano all’esterno, a Copenaghen, e contribuiscono economicamente al fondo comune che permette il funzionamento della comunità. Chi non può contribuire economicamente, contribuisce come può in altre forme: tenendo pulito un prato, facendo qualche lavoretto, o altro ancora.

A detta degli abitanti, Christiania è mutata molto negli anni. Lo spirito politico radicale degli inizi si è progressivamente disperso; molti sono invecchiati, hanno avuto figli e hanno cominciato a condurre esistenze più tranquille e conformiste. Se negli anni Ottanta e Novanta la Città Libera era descritta nei quotidiani (anche italiani) come luogo selvaggio, sporco e pericoloso, giungendo addirittura a ipotizzare che 10.000 hippy tossicodipendenti vivessero come topi ammassati in tunnel sotterranei, oggi Christiania figura sulle guide turistiche, su patinati libri fotografici da caffè, sul sito internet ufficiale dell’ente turistico di Copenaghen. La storia di Christiania è stata in buona parte determinata dagli esiti dei vari accordi con il governo danese: agli inizi l’atteggiamento del governo è stato decisamente ostile, ma negli anni è divenuto evidente che chiudere la Città Libera senza enormi costi (economici, sociali, politici) sarebbe stato inattuabile.

Hanno quindi preso forma innumerevoli trattative e conflitti: dagli accordi relativi al pagamento dei servizi pubblici (per esempio l’elettricità – e gli abitanti sono orgogliosi di aver sempre puntualmente provveduto ai pagamenti) e all’obbligo di non edificare ulteriormente, agli atteggiamenti oppressivi e ai raid quotidiani della polizia, in particolare nei periodi di governo della destra. Alcuni elementi sono tuttavia rimasti stabili nel tempo, come l’assenza di proprietà privata delle case e degli spazi (alla comunità erano riconosciuti unicamente diritti collettivi), l’utilizzo di meccanismi consensuali di autogoverno, l’assenza di polizia, la tolleranza verso la diversità (e la stranezza) e le droghe leggere. Se si esclude l’ultimo controverso punto – e se si esclude il valore simbolico della Città Libera agli occhi dei governi di destra – Christiania di per sé non ha mai creato problemi rilevanti per l’amministrazione pubblica: il luogo attira moltissimi turisti, e il commercio di droghe rimane tutto sommato auto-contenuto e auto-regolato in una zona circoscritta della città. Senza contare che l’assenza di automobili e il divieto di edificazione ha permesso di mantenere una vasta area verde nel cuore di Copenaghen.

Così, nel tempo, si è fatta strada una sorta di terza via, diametralmente opposta sia alla tolleranza verso Christiania, sia alla repressione: la normalizzazione. Si tratta di una variante alla ben nota strategia del capitalismo di appropriarsi anche di ciò che è ai margini e tendenzialmente in opposizione alla cultura dominante: nel caso specifico, in pratica, si è trattato di mantenere apparentemente Christiania così com’è, depurandola però dagli eccessi, pulendola e rendendola un oggetto urbano più gradevole, opportuno, utilizzabile e consumabile da parte di un più ampio pubblico. La svolta è giunta nell’estate del 2011: il governo si è detto disposto a vendere il suolo di Christiania ai suoi abitanti alla contenuta cifra di circa 14 milioni euro, regolarizzando così l’ambiguo status giuridico della comunità.

Nella vita della comunità, si è trattato di una novità dirompente e controversa. Da un lato, gli attivisti più radicali hanno criticato l’opportunità di contrattare con il governi locali e con i poteri forti. Dall’altro lato, gli abitanti più pragmatici hanno visto di buon occhio la possibilità di allontanare i timori di perdita della propria casa e l’eventualità di poter lasciare un tetto ai propri figli. Così, dopo interminabili sessioni di dibattito pubblico e negoziazioni portate avanti dall’avvocato della comunità, Knud Foldschack, l’accordo è stato trovato e sottoscritto.

Nell’impossibilità di raggiungere la cifra pattuita, nonostante la solidarietà di persone di tutto il mondo attraverso una campagna di raccolta fondi portata avanti su Internet, la comunità si è trovata costretta a sottoscrivere un ingente prestito con una banca locale, e il 1 luglio 2012 è stata pagata la prima rilevante quota dell’accordo, accompagnata da giorni di festa. Esiste, tuttavia, un lato oscuro della faccenda, e molti sono gli abitanti meno sorridenti.

L’accordo con il governo costituisce un primo passo per una normalizzazione che porterà in chissà quale direzione. L’accordo, per esempio, è stato sottoscritto da un elenco ben definito di residenti: chi non figura in quell’elenco, di fatto, non ha diritti, in totale opposizione rispetto ai principi che avevano regolato in precedenza la vita della Città Libera. L’accordo prevede una serie di dettagli tecnici, per esempio relativi alle norme per la ristrutturazione delle case o alla realizzazione di piste ciclabili, che di fatto regoleranno le forme di sviluppo che lo spazio urbano avrà in futuro, rendendolo probabilmente più funzionale e sicuro ma anche meno stravagante e sperimentale.

Ancora, il prestito con la banca dovrà essere ripagato, e questo certamente diminuirà la tolleranza degli abitanti verso chi non paga la quota comune, senza contare che alcuni soggetti marginali (alcolisti, persone con problemi psichici, anticapitalisti radicali, ecc.) avranno certamente difficoltà nell’effettuare i pagamenti, da cui il pericolo di una vera e propria gentrification. Infine, con la progressiva stabilizzazione della situazione giuridica di Christiania, il rischio di Disneyficazione è dietro l’angolo: caffè puliti, ordinati e alla moda cominciano a sorgere in ogni angolo, mentre attivismo politico e contestazione radicale potranno venire meno. Lo stesso commercio di droga comincia a essere messo in discussione, e in molti sospettano che il prossimo passo della regolarizzazione dei rapporti fra la Città Libera e il governo riguarderà quest’ultimo baluardo di stravaganza.

Resta quindi nell’aria una questione non da poco: il grande esperimenti di Christiania sta volgendo al termine, trasformandosi in una parodia di se stesso, oppure si tratta della vittoria di un ideale, che dopo 40 anni di resistenza e di lotta ottiene finalmente uno status giuridico riconosciuto? La risposta è al momento impossibile, in quanto occorrerà osservare quali trasformazioni sociali saranno conseguenti all’accordo. Il caso di Christiania appare comunque paradigmatico per avviare una riflessione sui meccanismi di autonomia degli spazi alternativi che popolano le nostre città: quanti di questi spazi sono davvero ‘diversi’, e quanti invece si sono ibridati con le logiche del mercato per producendo semplicemente nuove culture del consumismo e del capitalismo?


Questo intervento di Alberto Vanolo fa parte di un serie (qui la presentazione) a cura di Marianna D’Ovidio e Roberta Marzorati sui temi urbani. Uno spazio sviluppato da cheFare in collaborazione con il dottorato UrbEur di Milano.